CAMPANA CANTI ORFICI PDF

Scrissi 5 o 6 volte inutilmente per averlo e mi decisi di riscriverlo a memoria Rimasugli di versi, strofe canticchiate se ne potrebbe riempire un quadernetto. Ma che farne. Tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili: variante vallecchiana. Frasi queste che fanno pensare e lasciano ancora aperte molte questioni sia sulla malattia mentale di Campana, sia sul manoscritto. Altre edizioni dal ad oggi [ modifica modifica wikitesto ] Enrico Falqui nel ristampa i Canti Orfici riportandoli alla versione di Marradi e nel pubblica un volume a parte di inediti che rivela materiale ricchissimo, tra appunti e rielaborazioni, che nessuno sospettava.

Author:Tygora Maumuro
Country:Burma
Language:English (Spanish)
Genre:Finance
Published (Last):16 December 2012
Pages:369
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ISBN:462-3-95681-190-2
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Inconsciamente io levai gli occhi alla torre barbara che dominava il viale lunghissimo dei platani. Saliva al silenzio delle straducole antichissime lungo le mura di chiese e di conventi: non si udiva il rumore dei suoi passi. Una fontana del cinquecento taceva inaridita, la lapide spezzata nel mezzo del suo commento latino. Dei vecchi, delle forme oblique ossute e mute, si accalcavano spingendosi coi gomiti perforanti, terribili nella gran luce. Davanti alla faccia barbuta di un frate che sporgeva dal vano di una porta sostavano in un inchino trepidante servile, strisciavano via mormorando, rialzandosi poco a poco, trascinando uno ad uno le loro ombre lungo i muri rossastri e scalcinati, tutti simili ad ombra.

Una donna dal passo dondolante e dal riso incosciente si univa e chiudeva il corteo. Non seppi mai come, costeggiando torpidi canali, rividi la mia ombra che mi derideva nel fondo.

Ai confini della campagna una porta incisa di colpi, guardata da una giovine femmina in veste rosa, pallida e grassa, la attrasse: entrai. Salutai e una voce conventuale, profonda e melodrammatica mi rispose insieme ad un grazioso sorriso aggrinzito. Sedetti piano. La lunga teoria dei suoi amori sfilava monotona ai miei orecchi.

Antichi ritratti di famiglia erano sparsi sul tavolo untuoso. Era intanto calato il tramonto ed avvolgeva del suo oro il luogo commosso dai ricordi e pareva consacrarlo. La magia della sera, languida amica del criminale, era galeotta delle nostre anime oscure e i suoi fastigi sembravano promettere un regno misterioso.

La lunga notte piena degli inganni delle varie immagini. Dei visi bruni di autocrati, rasserenati dalla fanciullezza e dalla festa, si volsero verso di noi, profondamente limpidi nella luce. E guardammo le vedute. Dei morti bizzarri guardavano il cielo in pose legnose. Ecco Londra. La battaglia di Muckden. Tutte quelle cose viste per gli occhi magnetici delle lenti in quella luce di sogno! Immobile presso a me io la sentivo divenire lontana e straniera mentre il suo fascino si approfondiva sotto la frangia notturna dei suoi capelli.

Si mosse. A un tratto una porta si era aperta in uno sfarzo di luce. La sua vita era un lungo peccato: la lussuria. Poi il piccione maschio restava sopra, immobile? Sconvolto, le lagrime agli occhi io in faccia alla tenda bianca di trina seguivo seguivo ancora delle fantasie bianche. La voce era taciuta intorno. La ruffiana era sparita. La voce era taciuta. Avanti alla tenda gualcita di trina la fanciulla posava ancora sulle ginocchia ambrate, piegate piegate con grazia di cinedo.

Faust era giovane e bello, aveva i capelli ricciuti. Le bolognesi somigliavano allora a medaglie siracusane e il taglio dei loro occhi era tanto perfetto che amavano sembrare immobili a contrastare armoniosamente coi lunghi riccioli bruni. Era facile incontrarle la sera per le vie cupe la luna illuminava allora le strade e Faust alzava gli occhi ai comignoli delle case che nella luce della luna sembravano punti interrogativi e restava pensieroso allo strisciare dei loro passi che si attenuavano.

Amava allora raccogliersi in un canto mentre la giovine ostessa, rosso il guarnello e le belle gote sotto la pettinatura fumosa passava e ripassava davanti a lui. Faust era giovane e bello. Ero bello di tormento, inquieto pallido assetato errante dietro le larve del mistero. Poi fuggii.

Il torrente mi raccontava oscuramente la storia. Io fisso tra le lance immobili degli abeti credendo a tratti vagare una nuova melodia selvaggia e pure triste forse fissavo le nubi che sembravano attardarsi curiose un istante su quel paesaggio profondo e spiarlo e svanire dietro le lance immobili degli abeti.

Una fanciulla nel torrente lavava, lavava e cantava nelle nevi delle bianche Alpi. Ma quale incubo gravava ancora su tutta la mia giovinezza? O i baci i baci vani della fanciulla che lavava, lavava e cantava nella neve delle bianche Alpi!

In faccia a me una matrona selvaggia mi fissava senza batter ciglio. La luce era scarsa sul terreno nudo nel fremere delle chitarre.

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